Nella foto, tanta gente.

Ok, chiudo gli occhi, lascio che le mie dita scorrano sui tasti senza sapere realmente il risultato. Mi piace pensare di stare scrivendo ciò che voglio, ma non posso nemmeno escludere che tutto cil sia un'accozzaglia di lettere sbagliate.

Apro gli occhi un attimo, ok, ce la faccio, sono in grado di fare auto-sedute psicanalitiche da solo, con gli occhi chiusi come nei film.

Li richiudo.

Una grossa verità è che io, in effetti, di violento non ho proprio nulla, non sono una persona capace o portata al far del male. Persino il mio "odio", come mi piace chiamarlo, è più un "vorrei ma non posso che altro". E la cosa ridicola è che, nonostante tutto, il mio odio è frustrazione, frustrazione da eterno fallimento che, a notarlo bene o a pensarci su, non subisco. Vivo tutte le mie esperienze da vittima, da soggetto a cui la ruota abbia girato male, di soggetto "incapace di esistere" (in barba alle frasi belle che scrissi altrove), nonostante il fatto d'essere una persona esteriormente riconoscibile come riuscita in mille cose, capace (un pò per fortuna, un pò per attitudine) di crearsi un campo e farselo proprio.

Dentro me, in un concentrato di tafazzismo veltroniano, una persona che sta bene si diletta nel farsi del male senza un preciso motivo, benchè tutto vada come debba andare. E mi arrabbio, mi incaponisco, dò la colpa a me, a te, al mondo. E faccio quello che disprezzo negli altri, mi creo capri espriatori.

In ogni ambiente, cerchia, livello di conoscenze ho un capro espiatorio, un idolo alla Zambrano da odiare ed a cui attribuire la mia violenza repressa: lo odio, lo offendo, lo distruggerei fisicamente se potessi, perchè è colpa sua, SUA, SUA se le cose vanno male, lui è, prima ancora che il mio nemico, il modello nel mio nemico. Pongo tutta la mia cattiveria su questo idolo, questo soggetto, questo feticcio che mi dimentico di curarne l'aspetto umano, l'aspetto sociale, creando un branco intorno a me gente che abbia la stessa necessità di mostri ed indicandoglieli con il dito.

Se per un attimo potessi uscire dal mio corpo e guardarmi comportare così, diventerei a mia volta un feticcio per me stesso, un modello di errore che odierei per distruggere fin alla radice. E' un modo di vivere sbagliato, che crea un mondo intorno a sè binario: o sei con me, o meriti l'oblio; è un ragionamento antisociale ed antievolutivo che proibisce la creazione di relazioni ampie col mondo, chiundendosi di conseguenza in un guscetto di nicchia appositamente per lamentarsi dell'incapacità ad uscirne (e creando un nastro di Moebius bello a vedersi solo se non ti tange).

Devo imparare a smettere di trovare il nemico nella storia. Smettere di puntare un dito e dire "AH! Senza te il mio posto nella società sarebbe diverso!", e rendermi conto che senza lui il mio posto nella società sarebbe persino più vuoto, perchè non avrebbe scuse per non essere migliore. Imparare a darmi pace, a fottermene (ho già detto che dell'uso delle parolacce parlerò poi?) e, finalmente, a pensare a me in primis, senza curarmi del fatto che le mattonelle della mia stanza si intonino con le altre stanze.

Mi odio, quando odio.