Jo Dawg.

Paradossalmente, amo ed odio in ugual misura le estremizzazioni dei concetti di normalità ed originalità. Non so perchè ma stasera ho voglia di parlarne, e credo che da bravo ex liceale farò un temino che si suddivida in paragrafi.

- L'originalità è quella sensazione interna che ti fa sentire il bisogno viscerale di essere diverso, di fare qualcosa in più. E' un istinto al "trasgredire" nel senso più ampio del termine, il voler essere quella voce che spicca nel coro, quel colore chiaro nel grigio della massa; un misto fra esibizionismo (perchè ogni persona cerchi di risaltare, è un soggetto che sin da piccolo nella recita voleva stare in prima fila, nessuno s'illuda) ed intrinseca necessità di garantire a se stesso un'esistenza che non possa confondersi con altre. E' una sensazione che provo ogniqualvolta faccio qualcosa, dallo scrivere, allo studiare, al fare una battuta fra amici: come posso individuare questo modo come MIO, MIO, MIO, e non di "uno di quelli che"..?
Questo porta senza dubbio all'eccedere, al tentare di esserlo anche quando non sia necessario, e giungere ad un esibizionismo patetico, da vecchio commediante che giunge al dover mettere un naso rosso per ottenere (almeno) la risata delle menti semplici. E, contestualmente, odio quell'originalità "omologata", quei modi, quelle categorizzazioni implicite della società (in cui io stesso mi inquadro e mi autodefinisco) che non solo ti rendono schiavo di un settore, ma ti ci fanno stare comodo, senza voglia di esplorare cosa vi sia al di fuori.

- La normalità è l'anticamera con un bel nome della banalità. E' mettersi un vestito ed andare a lezione, dal salumiere, dal barbiere, poi a letto e si ricomincia, ogni giorno. E' quella rassicurante sensazione di essere (Cristo, che bello!) sostituibile, intercambiabile, senza responsabilità specifica. L'essere ingranaggi invisibili di un meccanismo gigantesco e quasi spaventoso, di cui non capisci e non vuoi capire, perchè ti basta poterti godere i tuoi piccoli momenti, le tue soddisfazioni, i tuoi traguardi: sinceramente, del fatto che il mondo lo noti e lo possa commentare, non te ne frega nulla.
La banalità è il trampolino dell'oblio. Il sentirsi troppo normali porta ad essere abitudinari, atavici, insensibili al mondo, un pò come il ciccione di Rising Stars. Quella silente conquista degli obiettivi si ferma, e tu stai lì, fermo, convinto che tanto l'ingranaggio ti trascinerà con se e tu non ci potrai fare nulla, non cambierai il sistema: al massimo, se ti ci metti, potrai far suonare le auto dietro al semaforo.

La vita perfetta sta nel mezzo BLA BLA, ok, però bisogna anche notare quanto sia bello, in entrambe le situazione, sapere CHI CACCHIO IO SIA. Sentirsi parte di un sistema o sentirsi parte del sistema che sta in periferia del sistema, è questa la differenza, ed anche a cercare la più assurda delle perversioni o la più imprevedibile delle passioni, si entra solo in una cerchia relativamente più piccola di gente. Il trucco è nel convircersi non di essere unici, ma che quella denominazione, ermetica, stagna, che ti racchiude appieno e non lascia entrare nemmeno una caccola senza che si noti ed appaia fuori luogo, sia l'unica giusta.

Non so dove questo mi portasse a concludere, però boh, mi è uscito così.