Ci tengo a dire che la musica non c'entra.

Ma chi l'ha detto che la critica dev'essere...Com'è il termine? COSTRUTTIVA? Da dove viene quest'assurda opinione? Perchè io devo avere rispetto della persona con cui discuto? Da dove viene quest'assurda mania dell'"essere d'accordo ma..."? D quando in qua dobbiamo, io e l'interlocutore, un obiettivo comune?

Se io discuto con te, se arrivo a contraddirti, non è scritto da nessuna parte che io ti voglia venire incontro. Io apro la bocca per smentirti, per dirti che stai dicendo una vaccata immane (dell'uso delle parolacce poi parlerò); non mi interessa giungere da qualche parte. TU STAI SBAGLIANDO: non apro bocca per darti ragione, la ragione te la porti egregiamente se ce l'hai. I "sono d'accordo", gli "hai pienamente ragione", i "credo sia così" lasciamoli alla democrazia, al televoto e a quelle cose che al popolo piacciono per sentirsi importante nella loro inutilità.

Io odio il mio interlocutore. Non un odio generale, ma solo legato a ciò che dice. Non un odio violento, ma l'odio della ragione, che tiene in mano il manganello della smentita. Io voglio distruggere, picchiare, annichilire pian piano tutto ciò che dice e che credo sia sbagliato, perchè nell'errore maturano le scelte sbagliate, le azioni sbagliate, lo sbagliato del futuro: voglio che smetta di esistere il suo sbaglio, o che lui sia capace, viceversa, di distruggere il mio errore, la mia smentita con una controsmentita. Poi, oh, brindiamo insieme, ma prima uccidiamo l'errore, non importa se soffrirà.

Persino l'aver ragione, alla fine, smette di essere centrale: mettiamo tutto in tavola, picchiamoci con la ragione e la dialettica, facciamo saltar fuori la cazzata (dell'uso delle parolacce parlerò poi), e poi andiamo avanti: ma prima di tutto, parliamo, smentiamoci, odiamoci. Per questo non sopporto i "credo che", i "penso che" o i "magari sbaglierò, ma...": la mia idea è il mio mondo, la mia certezza, ciò per cui vivo, e come faccio ad essere certo di qualcosa di cui non mostro certezza?